Il primo giorno di scuola

INAUGURAZIONE ANNO SCOLASTICO 2012/2013Se penso al mio primissimo giorno di scuola la prima cosa che mi viene in mente è la fatica che ho fatto a lasciare la mano di mia madre. Non piansi e le sorrisi. Entrai in quella che sarebbe dovuta essere la mia classe per ben cinque anni. Qualcuno piangeva, qualcuno chiedeva di sedersi accanto al suo amichetto. Io non conoscevo nessuno di quei bambini, volevo solo che il tempo passasse velocemente perché non sopportavo l’idea di dover stare seduta per troppo tempo su quella seggiolina. La maestra che ci salutò per prima aveva un viso dolce, questa scuola non sembrava poi così terribile. A un certo punto, scese il silenzio. Ognuno di noi doveva dire come si chiamava, di chi era figlio e la professione dei genitori. Quando toccò il mio turno, iniziai a capire che questa scuola non era poi così tanto facile. Tutti i miei compagni avevano una famiglia “in fila per due”, solo io e un altro bimbo potevamo vantare di avere una famiglia speciale composta da noi, le nostre madri e le nostre nonne. Imparai presto che essere speciale a volte è complicato. Alla mia maestra di matematica i conti non tornavano, io non avevo il cognome di mia madre, per cui anche io potevo dire il nome e la professione di mio padre. Dev’essere stato questo il momento in cui sono entrata in conflitto con la matematica, era chiaro che io non sarei mai stata brava con i numeri e con queste equazioni. Imparai subito che i bambini come i grandi possono essere molto duri e che le parole possono risultare più scomode di quella sedietta in cui ero seduta. All’uscita abbracciai forte la mia mamma e iniziai a raccontarle del mio primo giorno di scuola, omisi però la questione della presentazione. In poche ore sapevo già cosa voleva dire una bugia a fin di bene. I giorni successivi avevano l’odore dello zaino e dell’astuccio nuovo, il colore della penna sul grembiule bianco, il sapore del Buondì Motta, il suono della campanella, la stretta di mano della mia amichetta del cuore.

Capodanno

Happy-New-Year-2014-Vintage-Background-VectorMi sono resa conto che l’anno sta finendo non perché sia il calendario a ricordarmelo, ma perché fb mi rende partecipe dei vari “2013 in breve” dei miei contatti, ed è in momenti come questi che capisco cosa prova un ragazzo quando accompagna la propria fidanzata a fare shopping… Stesso stato d’animo provo quando alcune persone, che credevo avessero fatto la stessa fine dei Blockbuster, decidono di farsi vive per farmi gli auguri o mandarmi qualche simpatica catena “portafortuna” per l’anno nuovo. C’è chi in una notte spenderà un patrimonio pur di dire che il suo capodanno è stato veramente fighissimo, chi inizierà a mandare gli auguri dal 30 “perché poi le linee si intasano”, chi accompagnerà ogni boccone con il proposito che “quest’anno andrò in palestra”, chi affiderà la “gestione” dell’anno che verrà a un paio di mutande rosse e a un cucchiaio di lenticchie, chi taggherà chiunque gli capiti sotto tiro in foto di cotechini e spumanti e chi il 31 se ne uscirà con frasi come: “Ci vediamo l’anno prossimo”. Spero solo, a gennaio, di non dovermi trovare taggata in foto di zamponi o di dover leggere messaggi, figli di un inoltro sbagliato, del tipo: “Faccio gli auguri sinceri a te che sei un’amica speciale… bla bla bla” per poi vedere alla fine un nome che non è il mio…

Il Sabato

744646_300Sin da piccola ho avuto un debole per il sabato. Il sabato era il giorno prima della domenica, quindi era il giorno in cui potevi andare a dormire più tardi, era il giorno in cui trasmettevano “Ultimo minuto”, era il giorno in cui andavi a giocare dalla vicina. Crescendo, il sabato era il giorno in cui la tua migliore amica veniva a dormire a casa tua o tu andavi da lei e si passava il tempo a confidarsi e a fare più pause che compiti. Il sabato era il giorno della pizza al taglio in centro, della torta alle mele di mia madre, del telefono che risultava perennemente occupato, in un periodo in cui nessuna tariffa telefonica ti avrebbe potuto salvare dalla bolletta salata. Il sabato era anche il giorno meno indicato per essere messi in punizione, era il giorno delle faccende domestiche accompagnate dalle canzoni del tuo cantante preferito (in cui facevi rimpiangere al tuo vicino di casa Nek, sentendo che eri passata ai Prodigy). Il sabato ti ricordavi di avere un diario ed eri più speranzosa di incontare il ragazzo che ti piaceva. All’università il sabato era il giorno dopo il venerdì, il giorno in cui ti potevi alzare più tardi, il giorno in cui si mangiava tutte insieme, il giorno delle grandi pulizie, delle “grandi lavatrici”, delle maschere al viso – dove c’era più possibilità di essere scambiata per Slimer dei Ghostbuster che per una donna – del Silkepil, dei trilli di msn, delle grandi chiacchierate e delle uscite che terminavano con un bel cornetto caldo. Il sabato mi è sempre piaciuto perché è un giorno che si fa sentire, tra aspirapolveri, mamme che chiamano dalle finestre i loro figli, bambini che protestano perché vogliono stare ancora sotto casa a giocare, battipanni che tolgono la polvere dai materassi, clacson che annunciano che qualcuno si è sposato o che qualcuno ha lasciato la macchina in doppia fila. Il sabato ha il profumo del bucato steso, il sapore delle lasagne e la voce del signore che vende la frutta nel camioncino sotto casa.

Da grande

Fotolia_19641012_XS-300x200A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se non fossi mai andata via e provo a immaginare una tua possibile reazione alla notizia che saresti diventato padre. Nessuno sapeva che non sarei partita da sola, forse avrei dovuto dirlo almeno a mia madre, ma non mi andava di sprecare troppe parole sull’argomento. Fin da piccola in me cresceva il seme della libertà, lo si deduceva anche dalla mia scarsa propensione a gareggiare, non volevo che una qualsiasi cosa che poteva essere fatta autonomamente potesse venire menomata dal tempo impiegato per eseguirla. A chi mi accusava di aver paura di perdere rispondevo con uno sbadiglio. Ho sempre guardato al tempo con diffidenza e forse è anche per questo che non ho mai indossato un orologio. Non sono mai stata nostalgica né attaccata al passato, ho sempre guardato al futuro senza chiedere scusa agli anni trascorsi per aver dato loro le spalle. In terza elementare quando mi venne assegnato il tema su cosa avrei voluto fare da grande, mi feci notare per la mia capacità di sintesi: Non so ancora cosa vorrò fare da grande, perché non mi è ancora chiaro cosa voglia dire essere grande. Lo scoprirò più in là. Di sicuro non vorrò fare niente di noioso. La maestra però non dovette apprezzare perché si limitò a sfoderare la sua penna bic rossa per scrivere un bell’uno. Le mie compagne invece si presero dei gran bei voti scrivendo che sarebbero volute diventare mamme di famiglia e dottoresse, maestre, parrucchiere, avvocatesse, attrici. I maschi erano stati un po’ più fantasiosi, c’era chi avrebbe voluto fare il poliziotto, chi l’ingegnere, chi il musicista, chi il venditore di panini in Australia. A quest’ultimo progetto avevo strizzato l’occhio e avevo alzato la mano per dire che se fossimo rimasti in contatto, sarei voluta partire con lui. Tutta la classe esplose in un boato, la maestra diventò livida in volto e iniziò a battere la sua mano scheletrica sulla cattedra, poi mi scrisse una nota sul diario e mi invitò a riflettere in un angolo della classe. Solitamente quando qualcuno finiva in castigo, il castigato tentava in ogni modo, piagnucolando, di far sì che l’insegnante cambiasse idea, a me invece la cosa non dispiaceva perché avevo modo di non vedere neanche la sagoma di colei che sarebbe dovuta essere da esempio per tutti noi. Da quell’angolo potevo vedere con la coda dell’occhio solo il colore triste e indefinito del suo twinset, un giallo spento, direi più vicino al marrone che al giallo, che da quel giorno fu da me ribattezzato come “color maestra Clara”. I miei genitori quando videro la nota non si premurarono di sapere se fosse meritata o meno, liquidarono il tutto con una firma e una punizione e mia madre ci borbottò su per tutta la sera. Per la maestra Clara avevo qualche problema a livello della comunicazione, in realtà io comunicavo solo con chi decidevo io e non ritenevo giusto che qualcun altro si impossessasse del mio diritto di decidere con chi voler parlare. Altra cosa che non comprendevo era il fatto che ogni qual volta il compito non andava bene lo dovevo rifare. Cosa mai avrei potuto scrivere a distanza di un giorno, non ero già diventata grande per poter capire cosa ciò avrebbe potuto comportare e come avrei voluto spendere il mio tempo, forse avrei potuto aggiungere che non sarei mai voluta diventare come la mia maestra, ma nonostante ne fossi tentata, scrissi nuovamente quello che avevo detto nel tema precedente. Mio babbo però, volendosi sincerare che m’impegnassi e facessi tutto per bene, venne a controllarmi e non appena scoprì che avevo risposto alla traccia del compito nello stesso modo, mi si mise affianco e mi dettò evidentemente tutto quello che lui e mia mamma avrebbero voluto che diventassi da grande. Scrissi così che sarei voluta diventare una farmacista, che avrei condiviso il mio tempo con mio marito e tre figli e che avrei fatto del bene per i meno fortunati di me. Protestai: io non volevo fare affatto tutto quello che lui diceva, o almeno per il momento non era mia intenzione essere quella persona tratteggiata dalla mia penna. Il giorno dopo piansi mentre la maestra leggeva il mio compito ai miei compagni, provavo vergogna nel far credere agli altri che avevo cambiato idea così velocemente. La maestra Clara diede al tema di mio padre un sei. Già da allora volevo essere libera di agire, nel rispetto altrui, non amavo le formule preconfezionate e i tè dalla zia con i biscotti fatti in casa, io volevo i biscotti farciti che si trovavano negli scaffali dei supermercati e avrei voluto mangiarli con indosso un paio di pantaloni e non la gonna plissettata con le calze in tulle sotto, che mi procuravano un prurito al dir poco fastidioso. Quando appresi che sarei diventata madre pensai che se fosse nata una bambina non l’avrei mai vestita in quel modo e che se avesse voluto mangiare i biscotti farciti li avrebbe mangiati. Forse in quel tema avrei dovuto scrivere tutto quello che non avrei voluto essere o fare da grande, avevo questo vizio io, ogni qual volta mi si chiedeva qualcosa io iniziavo a parlare per negazioni. Anche quando comunicai a Riccardo che sarei partita iniziai il mio discorso con un “non”: «Non credere che non ci abbia pensato abbastanza, ma se non faccio questo passo ora non lo faccio più. Non voglio illuderti dicendoti che tornerò, tutto dipende da come andrà a Dublino. Non temere, ti scriverò e comunque non è la fine del mondo, no? Ho deciso di approfittare di quest’occasione che mi è stata data dal direttore e no, non te ne ho parlato prima perché era una decisione solo mia e no, non voglio che tu parta con me». Lui mi fissava incredulo e a stento riusciva a trovare le parole giuste per controbattere a quella sfilza di “non”, nei suoi occhi leggevo la delusione e il terrore. Aveva paura di perdermi, lo sentivo, mentre io nonostante ne fossi innamorata avevo altre priorità ed ero sicura che quella partenza non avrebbe in alcun modo cambiato ciò che noi eravamo. Riccardo si fece scontroso e, dirigendosi verso la sua macchina, mi disse solo: «In bocca al lupo, mandami una cartolina». Non fece nulla per farmi cambiare idea e se da una parte apprezzai il fatto che avesse rispettato la mia decisione, dall’altra la sua passività mi fece rabbia. Non gli dissi di essere incinta perché non volevo che le nostre decisioni e le nostre vite fossero condizionate da un’altra persona, io volevo partire e forse se Riccardo avesse saputo che aspettavamo un bambino mi avrebbe impedito di farlo o mi avrebbe imposto la sua presenza. No, io volevo essere libera di continuare a fare quello che mi ero messa in testa di portare a termine. Non volevo rinfacciare a quella creatura di avermi tarpato le ali. In quel momento non pensai minimamente di privarla di un padre e di privare Riccardo della verità, volevo solo partire, volevo bearmi di avere la libertà di essere egoista. La mia famiglia non poteva credere che avessi lasciato il mio fidanzato per inseguire un capriccio, nessuno capiva che non era un capriccio e che non era mia intenzione lasciare il mio compagno, era stato lui a farlo con quel saluto che stava a significare addio. Feci le valige da sola. Mia madre, che solitamente si premurava di aiutarmi a preparare i bagagli, se ne stava in cucina ad armeggiare ai fornelli, mio padre era uscito per comprare un barattolo di vernice e mia sorella stava impalata alla porta della mia camera in silenzio. Mia sorella era più piccola di me di nove anni e passava da attimi di ammirazione a attimi di puro disprezzo nei miei confronti. Vania, questo era il suo nome, era completamente diversa da me, era la risposta alle preghiere dei nostri genitori, aveva mostrato sin da subito una spiccata intelligenza, era educata ed era la perfetta impronta dei passi che mamma e babbo avevano calcato per lei. Mai una volta l’avevo sentita ribellarsi, mai una volta aveva detto o fatto qualcosa di deplorevole, né un tema né un fidanzato sbagliato: Vania era perfetta. Perfetta era stata anche la sua scelta nel decidere a che facoltà iscriversi, lei aveva deciso di fare l’ingegnere. Una volta le domandai se fosse contenta di non aver fatto nessuna sbavatura nel disegno che i nostri genitori le avevano abbozzato, e anche lì non si scompose più di tanto, ma con una calma e una dolcezza disarmanti mi zittì dicendomi: «Bea, io ho sempre fatto quello che mi piace, proprio come te. A volte avrei voluto divertirmi di più, vestirmi come te, ma poi son sicura mi avresti detto che, per restare in tema di bozze, sarei stata la tua copia e mi avresti accusata di non essermi saputa distinguere. Io sono felice di quello che faccio e forse è stato un bene che non mi sia mai vestita come te, sai come mi avrebbero ingrassato tutti quei pois e quelle righe dei tuoi vestiti?!». Come darle torto?
Mentre mi affannavo a capire se avessi messo nelle valige tutto quello che mi serviva, sentivo il suo sguardo addosso e già sapevo che lei avrebbe scritto su un foglio tutto quello che occorreva e lo avrebbe depennato una volta preso, io invece non ero tipa da “lista”. Anche quando mia madre mi mandava a fare la spesa, puntualmente mi presentavo a casa con qualcosa in meno rispetto al suo elenco. Vania aveva capito che neanche allora avrei scritto quello che avrei dovuto portare con me, così si limitò a fare un elenco a voce, che in realtà mi fu molto utile, perché avrei rischiato di dimenticare anche la testa a casa. Mentre me ne stavo seduta su una valigia e tiravo le cerniere per chiuderla, venni presa dalla tentazione di dire a mia sorella che sarebbe diventata zia, ma poi le sue mani curate e le perle alle orecchie, mi fecero desistere dal dirglielo. Vania era troppo precisa e ordinata per potermi comprendere, il mio modo di fare e di pensare era per lei, come per tutti i miei familiari, disordinato e indecifrabile mentre per me erano di una semplicità unica. Forse sì, ero un po’ strampalata e sconclusionata. Volevo bene a mia sorella e non la giudicavo, ma davvero non capivo come potesse dirsi completamente soddisfatta della sua vita, era tutto un progetto, un pianificare, io invece ero quella dell’ultimo minuto, quella che a dieci pagine dalla fine del libro da studiare veniva colta dalla stanchezza e dalla voglia di fermarsi, il più era già fatto ma io provavo stanchezza alla fine. Anche con Riccardo avevo dimostrato stanchezza alla fine e anche durante il parto, quando mancava poco alla nascita di Domitilla, non ne volevo più sapere di spingere, poi l’ostetrica fece per sedersi su di me e allora mi decisi a spingere con tutta la forza che avevo in corpo e il mio urlo si incrociò con il vagito della mia bambina. Diedi quel nome a mia figlia, perché nel periodo in cui scoprii di essere incinta stavo leggendo Marcovaldo di Italo Calvino, Domitilla era il nome della moglie del protagonista del libro e capii sin da subito che quello sarebbe stato il nome della mia bimba. Non volevo che un domani mia figlia, alla domanda sul perché l’avessi chiamata in quel modo, avesse ricevuto come risposta che si chiamava come la nonna, troppo banale, troppo da Vania! Quando tornai a casa con Domitilla passai le prime notti sempre sveglia, avevo paura di non sentirla se fosse stata male, il suo respiro era il mio. Era piccola e indifesa e io ero inesperta e paurosa, avevo paura di non far bene, per la prima volta avevo bisogno di regole da seguire. Mi affidai all’esperienza di Lily, la mia dirimpettaia, madre di quattro figli. Fu lei che mi insegnò a farle il bagnetto, a capire quando piangeva perché aveva fame e quando piangeva perché aveva le colichette. Quando dovetti ritornare a lavoro, fu Lily che si offrì di tenermi la bambina e io accettai di buon grado, felice di non dovermi sbattere da un’agenzia all’altra alla ricerca di una babysitter. Avevo tutto quello che volevo: una figlia bellissima e sana, un lavoro che mi piaceva, una vicina di casa che in poco tempo era diventata una di famiglia, una città che mi aveva accolto e stimolato, una voglia di fare sfrenata e una padronanza di una lingua non mia da far invidia a un’irlandese. Neanche per un istante nella mia vita mi pentii di essermi trasferita lontana da casa o del corso di studi preso. I miei genitori quando dissi loro che volevo iscrivermi a lingue mi dissero che era fuori discussione, ma io feci di testa mia e mi laureai in lingue e iniziai a fare l’interprete nella mia città e all’occorrenza fuori. Poi iniziai a lavorare in una casa editrice come traduttrice e quando il mio capo mi segnalò ad un redattore di Dublino io non ci pensai due volte, chiesi dove dovevo andare e mi dissi pronta a partire subito. Riccardo non lo misi neanche in conto, pur sapendo di essere in attesa. La mia anatomia nomade mi spingeva a non ancorarmi a un luogo o alle persone, nonostante provassi amore verso quel ragazzo non mi sentivo né sua né di nessun posto, per essere felice dovevo essere sempre in perenne movimento, desideravo indossare gli stivali di fumo di Perelà ogni qual volta volevo volar via da una vita che non sentivo mia. L’unica cosa a cui rinunciai durante la gravidanza furono le sigarette, che ricominciai a fumare finito il periodo di allattamento. Amavo fumare e amavo il modo in cui mi sentivo quando tenevo una sigaretta in mano, mi piaceva il gesto, il gusto, il fumo e la mia roba impregnata dell’odore del tabacco. Quando ricominciai a fumare fu come prendere una boccata d’aria, fumai la prima sigaretta con un tale gusto che quasi mi vergognai di provare un così forte piacere. Non ero schiava di niente, se non della sigaretta, e non avevo nessuna intenzione di smettere. Se mia madre avesse saputo che continuavo a fumare con una bambina in casa, mi avrebbe perseguitato a vita. Il problema era che mia madre ignorava di essere diventata nonna. Lily tentò di farmi cambiare idea a riguardo, ma io non mostrai mai la volontà di far entrare nella nostra vita le regole, i giudizi e la disapprovazione di altri. Sapevo poi che se in casa si fosse saputo del mio segreto, la questione sarebbe giunta all’attenzione di Riccardo. Se lui un domani fosse venuto a conoscenza dell’esistenza di Domitilla, lo avrebbe saputo solo da me. Domitilla aveva due anni quando iniziai a diventare irrequieta, mi ero stancata di Dublino e volevo andar via, ma con una bambina piccola non era facile, come avrei potuto fare senza l’aiuto di Lily? Alla fine diedi retta al mio istinto e ottenni un colloquio in una redazione di Berlino, dove mi trasferii dopo due mesi tra le lacrime di Domitilla e di Lily. Trovai un appartamentino confortevole vicino a dove lavoravo e un’ottima scuola per mia figlia. Tra una traduzione e l’altra conobbi João, uno scrittore portoghese, che mi fece perdere la testa con il suo modo di parlare e di fare, capii che i miei sensi non avrebbero avuto via di scampo fin dalla prima volta che il mio sguardo incrociò il suo. João era intelligente, spiritoso, creativo, estremamente sensuale e soprattutto libero da qualsiasi etichetta: lui non era né il mio fidanzato, né mio amico, lui era semplicemente l’uomo con cui mi divertivo a essere donna. Quando stavo con quell’uomo ero disinibita e non pensavo a niente, non dovevo preoccuparmi di farmi conoscere o di prendermi carico delle sue pene. La vita reale, i problemi, le cose piccole, i silenzi, tutto questo non faceva parte del nostro rapporto. Quando smisi di vederlo, un po’ mi dispiacque, ma sapevo che João era solo il segnalibro di qualche folle notte berlinese, io oltre che donna ero anche madre e non volevo perdermi neanche un istante della crescita di mia figlia. Mi piaceva rispondere a tutte le sue domande, mi divertiva insegnarle a parlare l’italiano e il tedesco, ora che lei sentiva come lingua madre l’inglese. Poi un giorno mia figlia mi fece una domanda che attendevo da tempo: mi chiese chi fosse suo padre e perché non lo avesse mai visto. Non potevo certo dirle che il padre era morto o inventarmi chissà quale altra storia, dovevo essere sincera e così le raccontai che il suo papà viveva in Italia e che non sapeva che avesse una figlia. Domitilla sbarrò i suoi occhioni color nocciola e dopo un momento di disorientamento mi chiese come fosse possibile, mi trovavo in grande difficoltà. Le mie parole annaspavano nella logica e nella semplicità del linguaggio di una bambina, non potevo mentirle, non potevo restituirle l’immagine di una donna che non ero, non ero mai stata bugiarda e non lo sarei stata adesso. A Riccardo e alla mia famiglia avevo omesso un po’ di cose, a Domitilla non potevo e non dovevo omettere nulla. Una volta finito di spiegarle cosa era accaduto, lei mi sorrise e mi disse: «Andiamo a conoscerlo allora!». Mi spiazzò. L’indomani chiesi una settimana di ferie, prenotai due biglietti aerei, chiamai Lily e le raccontai della conversazione con Domitilla. Lily si disse felice della cosa ma mi preparò all’eventualità che la notizia non sarebbe stata accolta bene, le risposi che ero sicura che sarebbe andata proprio così ma che non potevo deludere la mia bambina. L’onestà che avevo mostrato a mia figlia era una sorta di lavaggio della mia coscienza, un modo per discolparmi e un’arma preventiva di scuse davanti all’accusa di averla strappata all’amore di suo padre. Durante il volo mi resi conto che forse avevo fatto male a non avvisare nessuno del nostro arrivo, ma oramai era tardi, non dovevo che presentarmi a casa con la bambina e salutare tutti con un sorriso smagliante. Ritirati i bagagli, salimmo in un taxi e mentre cercavo di far vedere a Domitilla il posto dove ero nata e cresciuta, lei si addormentò. Quando mio padre aprì la porta stette qualche secondo in silenzio, poi scoppiò in un pianto e prese in braccio la bambina che stava avvinghiata a me, la stese dolcemente sul divano del salone e andò a chiamare Vania e mamma. Io me ne stavo raggomitolata affianco a mia figlia sul divano, le accarezzavo i capelli e pregavo che nessuno dicesse qualcosa che avrebbe potuto ferirmi. Sapevo che tutti si sarebbero potuti arrabbiare perché avevo taciuto l’esistenza di Domitilla e per la prima volta riconobbi il mio egoismo. Quando le altre due donne della famiglia si presentarono in sala, stentavano a credere ai loro occhi, Vania sembrava stimare l’età di sua nipote e di fare dei possibili collegamenti temporali per risalire alla paternità della bimba. Mia madre mi abbracciò e, contrariamente a quello che pensavo, mi accolse con parole di comprensione, forse perché ignorava che fosse figlia di Riccardo e che fossi stata io a privarlo del suo diritto di essere padre e non il contrario. Restammo tutti attorno a Domitilla, come in adorazione, finché non si svegliò e mi cercò tra tutte quelle facce nuove. Le spiegai che quelli erano i suoi nonni e sua zia e lei, quasi li conoscesse da sempre, si buttò subito tra le loro braccia e si rese calamita per i loro baci. Im quel momento compresi quanto amore volesse mia figlia, lo cercava e se lo prendeva a piene mani. Non ero stata capace di capire che lei era diversa da me e, in un certo qual modo, avevo commesso l’errore dei miei genitori quando mi avevano imposto uno stile di vita e affettivo non mio. Fu quella la prima volta che mia figlia mi vide piangere e che venne a baciarmi per scacciare le lacrime, tra gli occhi commossi di tutti. Una volta che ci fummo sistemate in quella che un tempo era stata camera mia e che nel tempo non aveva subito alcuna modifica, mi addormentai con Domitilla tra le braccia e mi svegliai che era ora di cena, mentre lei se ne stava già in cucina a sgambettare e a fare le moine ai nonni che non riuscivano a toglierle gli occhi di dosso. Mamma aveva preparato gli spaghetti con le polpette e la sua nipotina la deliziava sporcandosi il muso e la maglietta col sugo e facendo segno che ne voleva ancora. Dopo che mamma ebbe finito di lavare i piatti, mia sorella portò la bambina in soggiorno e le diede delle bambole che aveva recuperato dalla soffitta per farla giocare. Il momento della verità era arrivato, non si poteva rimandare oltre la discussione. Presi un bel respiro e raccontai per filo e per segno tutto quello che era successo e tentai di arrangiare delle scuse per il mio comportamento, ma il mio arrangiamento dovette suonare abbastanza fuoritempo, perché mio padre e mia madre cambiarono espressione e si sforzarono di tenere il tono della voce basso. Non potevano credere alle loro orecchie, avevo sottratto mia figlia all’affetto di suo padre e della sua famiglia per assecondare un mio capriccio, erano state queste le parole usate da mia madre. Tentai in ogni modo di far valere le mie ragioni e mi dimostrai infastidita dal fatto che le mie aspirazioni e il mio lavoro venissero condensati e neutralizzati nel termine “capriccio”. Domitilla, pur essendo piccola e non capendo bene tutte le parole, corse in cucina in lacrime e mi si buttò al collo guardando un po’ di sbieco i miei genitori. Cercai di tranquillizzarla e le spiegai che non doveva spaventarsi o avercela con i nonni perché volevano bene a entrambe. A quel punto sperai che i miei volessero rimandare la conversazione al giorno dopo, ma loro erano di un’idea diversa, così dopo che misi a dormire Domitilla, mi trovai sola davanti alle dita puntate di mia madre, mio padre e mia sorella. A un certo punto iniziai a non ascoltarli più, tutto quel parlare e giudicare mi sapeva di perdita di tempo e in quel momento avrei desiderato avere un orologio al polso per rendermi conto di quanto tempo fosse trascorso dacché quel “confronto” era iniziato. Mentre loro parlavano e io cercavo di divincolarmi tra le acrobazie verbali che non mi facevano atterrare in un terreno morbido, pensavo non a come avrebbe reagito Riccardo ma a come lo avrei trovato e che giudizio avrebbe potuto riservare a me come donna, dopo così tanto tempo. Anche se la conversazione non era conclusa io mi alzai e andai a fumare in terrazza, mio padre forse avrebbe voluto prendermi per i capelli, ma Vania gli fece segno di stare calmo e mi raggiunse. Proprio come il giorno in cui partii, mia sorella se ne stava ferma a guardarmi, indecisa se parlarmi o meno, poi si decise a rompere il silenzio e mi disse:
«Sai, io lo avevo capito subito che era figlia di Riccardo, è identica. È proprio una bella bambina, sveglia, dolce, simpatica. Sembra di riconoscere te, da quel che mi hanno sempre raccontato mamma e babbo».
Feci due tiri di sigaretta e poi guardandola domandai: «Davvero mamma e babbo ti hanno parlato di me? E cosa ti hanno raccontato?».
«Bea, certo che mi hanno parlato di te. Non c’è stato giorno in cui non venissi nominata e ricordata. Hai dato un grande dolore ai nostri genitori, era proprio necessario dar retta alla tua ostinazione e alla tua voglia di essere sempre diversa da tutte e da tutti? Non hai pensato per un attimo al male che stavi procurando a tua figlia, a Riccardo, a te? Ti è davvero stato utile essere anticonvenzionale? No, dimmelo, perché sono curiosa di sentire cosa mai potrai dire in tua discolpa. Prima hai farfugliato qualcosa circa la libertà, le aspirazioni, la paura di essere castrata dalle scelte altrui, e non ti sei fermata un attimo a capire che tu stavi castrando, per usare parole tue, tua figlia e suo padre?! Son tutta orecchie… ».
«Che palle!» urlai. Lasciai mia sorella in terrazza e, senza degnare i miei di uno sguardo, raggiunsi Domitilla in camera. Piansi tutta la notte, Vania aveva ragione, presa dal mio egoismo e dalla mia testardaggine avevo dimenticato il resto, avevo inciso una ruga nei primi giorni di vita di mia figlia, dimentica del ruolo e delle responsabilità che comportava l’essere madre. Avrei voluto correggere l’errore, ma ciò che mi dava più dolore era il fatto che fossero stati gli altri a dettarmi i miei errori e che, nonostante li riconoscessi come tali, potendo rifarli li avrei rifatti. Loro non potevano capire le mie scelte, forse io stessa al momento non riuscivo a capirle, ma sapevo che erano state giuste e necessarie. D’altronde Riccardo non si era mai fatto sentire, aveva accettato la cosa, si era arreso e non aveva mosso un dito per riprendermi. Il giorno in cui ero partita pensai che me lo sarei potuta trovare in aeroporto a scongiurarmi di non andar via, invece lui non c’era, c’eravamo io e altre migliaia di persone con i nostri bagagli e le nostre frenesie. Mentre aspettavo di salire su quell’aereo avevo accarezzato la mia pancia e canticchiato, volevo che la vita che stava sbocciando in me avesse vissuto quel distacco con serenità. Ora invece il mio stomaco era annodato e teneva imbrigliati in sé gli umori e le ragioni degli altri, che inevitabilmente andavano ad azionare dei meccanismi cerebrali a me rimasti nascosti fino ad allora. Avrei voluto svegliare mia figlia e chiederle di abbracciarmi, sarei voluta fuggire con lei e scappare dalle mie responsabilità, per la prima volta ammettevo di averle aggirate ma, nonostante tutto, ringraziavo di averlo fatto, in cuor mio sapevo che se fossi rimasta e avessi detto a Riccardo della bambina, ora sarei comunque rimasta sola. Tutte le mie amiche infatti erano per lo più separate o al secondo matrimonio. D’un tratto mi assalì un nuovo pensiero: e se il padre di mia figlia fosse sposato e avesse una famiglia tutta sua, che diritto avevo io di rompere quest’armonia? O se fosse diventato prete, o peggio, fosse morto? Ero stata troppo avventata nel dire a mia figlia che le avrei fatto conoscere il padre, se la condizione non fosse stata possibile cosa mai avrei potuto dirle per giustificare tale assenza. A colazione mi sincerai che Riccardo fosse vivo, non avesse preso i voti e non fosse sposato o avesse avuto altri figli. Mia madre, dapprima mi guardò contrariata poi, quasi rassegnata, mi tolse questo peso dicendomi che Riccardo viveva da solo in una cascina poco distante da casa nostra e che continuava a esercitare come architetto. Tirai un sospiro di sollievo e, dopo aver bevuto un caffè e mangiato una fetta di crostata ai mirtilli, accesi una sigaretta e iniziai a pensare alle parole da dire a Riccardo. Mentre ero assorta nei miei pensieri fumosi, arrivò Domitilla e tutto mi fu più chiaro: gli avrei semplicemente mostrato la bambina e lui avrebbe capito. Feci mangiare Domitilla, ci lavammo e una volta pronte uscimmo di casa per andare da suo padre. Mia sorella e mia madre non erano d’accordo sul fatto che piombassi così a casa di Riccardo «e con la bambina, poi». Mio padre invece si disse persuaso e appoggiò questa mia decisione. Mentre salivamo sul taxi, sentivo ancora il borbottio della mamma, ma io ero troppo occupata a dire all’autista l’indirizzo in cui ci avrebbe dovuto portare. Non ero certa che Riccardo fosse in casa e forse l’eventualità di non trovarlo mi dava coraggio. Una volta arrivate, guardai Domitilla e pensai che era proprio bella con quella tutina viola che le avevano regalato le ragazze della redazione dove lavoravo. Bussai alla porta e non appena sentii chiedere «Chi è?» il mio stomaco iniziò ad attorcigliarsi e il mio cuore a battere come non mai. Risposi pronunciando in modo secco il mio nome, la porta si aprì e il tempo presentò a ognuno di noi il conto. Lui era rimasto più o meno uguale, era un po’ brizzolato e appesantito, ma sempre bellissimo, io cercavo di non sorridere troppo per non svelare le rughe che mi si formavano agli angoli della bocca e Domitilla era il proseguimento di un inizio concluso frettolosamente. Gli occhi di Riccardo si posarono prima su di me e poi sulla bambina, poi ancora su di me e ancora su di lei, poi, come fosse stata la cosa più naturale del mondo, mi disse: «Non ti somiglia per niente, è identica a me». Ci fece entrare e cercò, in modo un po’ goffo, di presentarsi a sua figlia, che lo tolse dall’imbarazzo con un forte abbraccio. Riccardo, commosso, ricambiò l’abbraccio e poi mi rivolse un’occhiata di rimprovero che mi gelò.
«Hai proprio una bella casa» dissi io, consapevole di essere fuoriluogo. Lui scosse la testa, come per dire “Non sei proprio cambiata”, e si avviò in cucina a preparare il caffè. Un silenzio imbarazzante riempiva quelle stanze e io davvero non sapevo che dire. Fu lui il primo a parlare: «A quanto pare ti piacciono sempre i pois» disse osservando la mia maglietta «hai sempre avuto la mania per i pois e le righe, confondi le idee solo al vederti». Io sorrisi e chiesi se potevo fumare, lui mi fece cenno di sì con la testa e mi indicò dove fosse il posacenere. Mentre fumavo mi guardavo intorno, cercando degli indizi sull’esistenza di qualche presenza femminile, ma in casa non c’era niente che facesse pensare a una donna. Le pareti rosse e blu incorniciavano delle stanze vissute, cariche di libri e di progetti, su una poltrona poi vidi una tromba e notai con piacere che Riccardo non aveva smesso di dar retta al suo estro. Mi innamorai di lui perché era simile a me, era esente da qualsiasi forma di imposizione, estroso, strano, imprevedibile. Mentre bevevamo il caffè, mi confidò di essersi dato alla scrittura e mi mostrò un libro di poesie che aveva pubblicato qualche anno addietro con la casa editrice per cui un tempo io avevo lavorato. Mi domandai se lui fosse stato il João di qualche mia collega italiana, ma poi scacciai subito questo pensiero non appena sentii la manina calda di mia figlia.
«Allora, Bea, devi dirmi qualcosa?» disse lui in tono sarcastico.
«Bè, come vedi non mi sono limitata a una cartolina». Anche in questo caso risultai fuoriluogo e Riccardo, stanco del mio modo di fare, mi chiese di raccontargli ogni cosa. Fece una telefonata allo studio in cui lavorava, per avvisare che quel giorno non sarebbe potuto andare a lavoro e poi, sedutosi sul tappeto, si disse pronto ad ascoltare la mia storia. Gli raccontai tutto e lo feci senza essere mai interrotta. Mentre parlavo, potevo leggere nelle espressioni che mi riservava il mio ex fidanzato stupore e sdegno. Una volta concluso il mio album di giustificazioni, Riccardo si accese una sigaretta e guardando la bambina disse: «Sei una stronza, ma come ti è saltato in mente di partire senza dirmi che eri incinta?! E non ritirarmi fuori la storia di Dublino e delle tua maledette aspirazioni. Poi che motivo c’era di metterti questa maglia a pois oggi? Mi confondi!».
«Riccardo, hai ragione. Sì sono stronza, sono egoista, sono egocentrica, sono tutto quello che vuoi, ma in quel momento per me era l’unica cosa da fare, capisci?».
«No, non capisco. Non capisco affatto. Bastava dire la verità, poi te ne saresti potuta partire ma almeno avrei saputo che sarei diventato padre».
«E non mi avresti chiesto di abortire, di restare o di venire con me?».
«Probabilmente avrei potuto fare tutte queste cose, ma tu non me ne hai dato l’occasione. Hai deciso per tutti e tre! Comunque, ora che intenzione hai di fare? Parti, rimani, scompari di nuovo? Che vuoi fare?».
«Ho chiesto una settimana di ferie, poi torno con Domitilla a Berlino. A proposito, ti piace il nome che le ho dato?».
«Sì mi piace, son contento che sia nata una femmina perché se l’avessi chiamata Marcovaldo, avrei avuto una ragione in più per avercela con te» e mentre lo disse il suo viso si distese «Accidenti, ho una figlia! Verrò a trovarvi ogni qualvolta mi sarà possibile. Ma tu, Bea, promettimi di non sparire o di non rendermi partecipe dei tuoi, dei vostri, spostamenti. Spero vivamente che con il tempo ti sia passata la tua indole nomade».
«Se dovessi decidere di andare a vendere panini in Australia ti avviso» esclamai io.
«Copiona, quello era il mio sogno!» e insieme iniziammo a ridere ripensando ai tempi della maestra Clara.
«Che fine ha fatto la maestra?».
«Ora è in pensione, abita sempre vicino alla stazione e sì, Bea, veste sempre nello stesso modo».
Riccardo nonostante tutto mi voleva bene e in un certo senso aveva inteso le ragioni che mi avevano portato ad agire in quel modo anni addietro. Tra di noi c’era sempre molta complicità ed ero felice di sapere che fossimo ancora in grado di comprenderci al volo. Del resto, ne ero convinta, gli aveva fatto un po’ comodo non crescere Domitilla, aveva potuto concentrarsi interamente sul lavoro, sulla scrittura e aveva potuto continuare a suonare la tromba. Io non ero lì perché volevo il suo denaro, il suo cuore, il suo tempo, io ero semplicemente lì, perché era lì che in quel momento dovevo essere. La settimana volò e una volta arrivato il giorno della partenza fu difficile spiegare a Domitilla che dovevamo andar via, a nulla sembravano valere le promesse che i nonni, la zia e il babbo sarebbero venuti presto a trovarci in Germania. Mia madre provò a cavalcare l’onda delle emozioni chiedendomi di tornare a vivere in Italia, ma le bastò un mio sguardo per capire che non si doveva permettere di mettere il naso nella mia vita. Se un domani avessi deciso di ritornare a vivere nel mio Paese, lo avrei fatto perché lo avevo deciso io, non certo perché dovevo accontentare qualcun altro. Prima di andarmene però, dovevo fare una cosa. Mi chiusi in camera e chiesi di essere lasciata sola, mi sedetti alla mia scrivania e, prese carta e penna, iniziai a scrivere il mio tema su quello che avrei voluto fare da grande, ora avevo capito cosa significava essere grande e sapevo cosa volevo. Chiusi il foglio protocollo in una busta “color maestra Clara” e chiesi a Riccardo di inviargliela. Salutai tutti e una volta in aereo domandai a Domitilla: «Cosa vuoi fare da grande?».
«Non lo so, mamma, sono ancora troppo piccola». Non c’erano dubbi, Domitilla era tutta sua madre…

Mynameisgonaria

Trent’anni

cupcakeQuando ero piccola, se qualcuno diceva di avere trent’anni pensavo che era davvero grande e cercavo di immaginarmi a quell’età. Ora che ho trent’anni sorrido ripensando a quella bambina e mi dico contenta di essere diventata grande e di non aver realizzato tutto quello che pensavo avrei potuto avere o fare a quest’età. Riscopro nei miei lineamenti e nelle mie consapevolezze cosa abbia prodotto il tempo che, messosi in posa, si è fatto fermare nei momenti più belli, più stravaganti e anche dolorosi, per regalarmi un’immagine non più sfocata di ciò che sono stata e che sono. Avere trent’anni non significa fare bilanci o cose simili. Avere trent’anni può significare tutto e niente. C’è chi si premura già di abbassarsi l’età, chi decide di mettere su famiglia, chi di recuperare il tempo perso, chi di non fare assolutamente niente. Riconosco i miei trent’anni in chi mi dice che sono cambiata, nel non avere paura del giudizio altrui, nel non programmarmi nulla, nel guardare al futuro, senza dover chiedere scusa agli anni trascorsi per aver dato loro le spalle.

Li riconosco nella mia voglia di libertà e nel mio equilibrio solitario, li riconosco nel tempo che sento mio, li riconosco nelle parole che mi vorrei rimangiare e in quelle che vorrei poter aver detto io. A trent’anni sei adulto e, proprio mentre scrivo la parola adulto, penso che però la mattina del mio compleanno possa permettermi di regredire, ascoltando a un volume un po’ cafone le mie canzoni preferite, regalandomi una colazione degna di un bambino delle elementari e sfoderando un sorriso modalità “miss Italia” ogni qual volta ricevo fiori. Qualcuno a questo punto potrà pensare: “Mamma mia, quanto se la sta a menà questa, con il fatto che ha trent’anni”, qualcuno leggerà solo il titolo del post e dirà: “Sti cazzi?!”, qualcun altro forse non leggerà proprio niente.

Comunque sia, oggi è il mio compleanno e quindi non posso che salutare i venti e dare il benvenuto ai trenta. Happy Birthday to Me!!!