Buon anno!

imagesStamattina, con gli occhi ancora mezzo chiusi, accendo il cellulare e leggo: “1 Settembre”. Da sempre, per me, questo mese coincide con l’inizio dell’anno, le vacanze volgono a termine e si comincia a fare una lista dei buoni propositi, si tirano le somme di quello che si è fatto e ci si ripropone puntualmente di far meglio. È in questo mese che cadono tutti gli alibi che nascondono la voglia o la necessità di rimandare le cose. C’è chi si dice pronto a iniziare una dieta, ma poi, facendo un rapido calcolo, si convince che è meglio rimandarla al post pasqua. Lo studente in crisi si ripete che questo deve essere per forza di cose l’anno accademico in cui si laureerà. Il disoccupato manda una quantità spropositata di curriculum, nella speranza di trovare lavoro in quello che sembra essere il mese delle offerte. C’è chi è pronto a fare il grande passo e chi a fare un passo indietro. Chi invece esagera e dallo stato di assoluto torpore decide di voler partecipare a una maratona; chi, neanche iscritto ancora all’università, sceglie la destinazione per l’erasmus; chi, avendo un lavoro, lo lascia in attesa di qualcosa di meglio; chi inizia la preparazione atletica per la fuga, ricordandosi che in primavera aveva promesso al proprio partner che sarebbero andati a convivere nel mese di settembre. Quindi se qualcuno di voi ha detto: “Ne riparliamo a Settembre”, sappiate che il momento è arrivato. Io, figlia del mese dei buoni propositi, mi convinco del fatto che sia meglio non propormene neanche uno.

Il vicino d’ombrellone

imagesChe si sia superata o meno la prova costume o che la dieta a punti abbia avuto come unico risultato quello di farvi perdere punti davanti agli occhi altrui, il tempo delle vacanze è arrivato. Personalmente il mio approccio al mare avviene in due modalità: fettina impanata da girare ogni tot di minuti e modalità “fusillo” da buttare nell’acqua. Tra una girata e l’altra mi diverto ad osservare i miei vicini d’ombrellone. C’è la donna, ormai di una certa età, con figli adolescenti a seguito, che non sente più nulla quando si nasconde dietro le pagine del suo libro erotico; butto un occhio al marito e comprendo che per lei quelle parole debbano suonare come qualcosa di fantascientifico. Lui invece con lo sguardo marpione fa il censimento di tutte le donne che gli passano davanti, poi trattiene la pancia e si dirige verso il bagnasciuga in versione “pesce lesso sotto sale”. Nel frattempo la spiaggia si è trasformata in un set fotografico dove i veri protagonisti sono i piedi, c’è gente che ha più foto dei propri arti inferiori che del fidanzato o dei figli. Anche io cedo alla tentazione di farmi una foto ai piedi smaltati, per poi trovarmi a cancellarla davanti al fatto che il secondo dito del mio piede è più simile a quello di ET che a quello di Sharon Stone. Poi arriva il venditore di cocco con le sue fantastiche rime che, davanti a una famiglia che sembra uscita da un quadro di Botero, inizia a urlare: L’ananas e il cocco hanno sostanza e ti fanno calare pure la pancia. Ecco che poi si fa largo anche il padre di famiglia che organizza il torneo di bocce e, nonostante la spiaggia sia bella larga, decide di giocare proprio dove ci sono io. Rivolgo il mio sguardo verso l’orizzonte e mi accorgo che in acqua c’è chi si dà un gran da fare… esclamo: “Beati!”, ma poi mi rendo conto che lui più che un colossal ha girato un corto. Anche io e la mia amica ci sentiamo gli occhi addosso: gli occhi di un vecchio che indossa uno slip con la stampa dei duecento euro, è proprio vero che c’è stato un crollo dei prezzi! Guardo l’orologio, è ora di mettermi a pancia in su.

La “mia” Grande bellezza

La-grande-bellezza1-480x330Se dovessi redigere una mia “lista dei migliori film italiani”, sulla falsa riga di quelli americani di Rob di Alta fedeltà, penso proprio che vi collocherei la Grande bellezza di Paolo Sorrentino, film che ha diviso la critica e che ha portato non pochi a dire: “Non vengo a vederlo, mi hanno detto che è brutto”. Si sa, è tutta questione di gusti, eppure anche quelii che hanno scorto la bruttezza nella grande bellezza di Sorrentino, non possono affermare che questo film non abbia lasciato loro nulla. Il nulla che ammanta una Roma sguaiata, le sue feste, le sue vie e i suoi abitanti che, muovendosi come funamboli in scorci di vita dimenticati o abilmente deformati, inseguono ossessioni e effimere bellezze. La città eterna rivive nel silenzio dei poeti, nel fallimento di attrici cocainomani, in sceneggiature mai portate in scena, in figure evanescenti sedotte da un carnevale grottesco dal sapore decadente. Un sottile filo rosso unisce tutto e allo stesso tempo fa lo sgambetto allo spettatore più distratto e a quello munito di vetrino, pronto a indagare luci e ombre di ogni fotogramma. Immagini al vetriolo infastidiscono lo sguardo dell’astante convinto di aver da sempre in tasca l’antidoto contro la vacuità, mentre una sovrapposizione di musiche, parole e paesaggi porta in una spirale di convinzioni che si stracciano, graffiando la nuda verità. Il cinismo e il disincanto del reporter napoletano Jep Gambardella corrodono il luccichio di una bellezza mai afferrata e mescolano le varie tessere del mosaico di una vita impermeabile alla propria memoria. Il piano narrativo caleidoscopico e il dialogo monologante condannano alla sensibilità: “Quando, da giovane, mi chiedevano: cosa c’è di più bello nella vita? E tutti rispondevano: «la fessa!», io solo rispondevo: «l’odore delle case dei vecchi». Ero condannato alla sensibilità!”. Jep Gambardella con la sua intelligenza e i suoi giudizi impietosi seduce e schiaccia il campionario di figure umane che lo accompagnano. Quando Gambardella afferma che: “La più sorprendente scoperta che ho fatto subito dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare!”, lo spettatore non può non lasciarsi travolgere dagli smottamenti della sua performance vitale. La bellezza di Roma si contrappone così al vuoto di alcune vite che si lasciano traghettare dalle acque del Tevere, inconsapevoli testimoni di una Grande bellezza, una bellezza che si fa acchiappare per un istante dal pubblico, tanto da far pensare che andar via sui titoli di coda potrebbe suonare come una grossa scortesia.

Cuccette per signora

imagesRicordo ancora il giorno in cui la mia mano scivolò su questo libro, ne lessi la quarta di copertina e ne fui da subito catturata. Lasciai che i giorni mi suggerissero il tempo adatto per leggerlo e, quando il mio segnalibro iniziò a insinuarsi tra le pagine di questo libro, compresi che anch’io avevo prenotato il mio viaggio in una cuccetta per signore. Pagina dopo pagina si crea un’intimità tra le protagoniste del libro, le parole scelte con cura da Anita Nair e me, si fa strada la voglia di voler scavare la propria volontà e di volersi aspettare durante ci si è persi. Ad ogni fermata del treno e ad ogni confessione rivelata, è spasmodica la ricerca della propria verità. Parola dopo parola si acuisce l’appetito nei confronti della vita e dei propri desideri.  “Cuccette per signora” è un libro che riesce ad essere padrone del tempo di chi lo assapora, un tentatore per chi si limita a sognare quello che potrebbe in realtà avere, crea dei deragliamenti interiori che fanno decidere, una volta arrivati in prossimità della fine, di fermarsi per una sosta, perché sai che quando lo avrai terminato ti mancherà…

Mi riciclo

Se a Natale arrivano messaggi così smielati da far cadere le palle persino all’albero di natale, a Pasqua succede che leggo frasi come: “Oggi non mangiare gli agnellini”. Allora penso a quel povero animaletto e mi sento un po’ in colpa, ma dura poco, perché so che quell’innocente non è più circondato dai suoi simili ma dalle patate, e io non voglio che il suo sacrificio sia stato vano, così rispondo a quell’invito con queste parole: “Tranquillo, solo maiale e conigli”. Mentre lo invio mi sento Crudelia De Mon ma, davanti a tutte le incertezze della vita, l’agnello a Pasqua è l’unica cosa certa che mi rimane. Persino quelli che non rispondevano al telefono perché dovevano giocare a ruzzle sono caduti nel baratro, quando hanno visto che il fenomeno ha avuto la stessa durata di un programma di dj Francesco. Nel panorama musicale non ci sono più veri miti da seguire ma si affaccia solo lo spettro di Justin Bieber e, da alcune foto sul web, scopro che fine ha fatto il crocefisso d’oro rifiutato dal nuovo papa… L’incertezza regna sovrana quando dalla parrucchiera dico “Fai tu” ed è proprio lì che, sfogliando un giornale, incappo in un articolo che invita i giovani a sconfiggere la crisi del momento reinventandosi. Penso subito che non potrei mai riciclarmi nel campo dell’estetica, perché in passato ho già sperimentato dei tagli di capelli su me stessa con pessimi risultati: la mia frangia “ikea” era così corta e storta che la mia capigliatura era più simile a un Picasso che a una testa di donna. Considero per un attimo di buttarmi nel campo culinario, ma è evidente che non sarei io a prendere i clienti per la gola ma il contrario… Valuto persino l’idea della clausura o di entrare a far parte del movimento cinque stelle, ma capisco fin da subito che non potrebbe funzionare: la regola del silenzio non fa per me. Penso e ripenso ma la folgorazione non arriva, poi il mio occhio cade su una foto di Bersani che fuma il sigaro e non la sigaretta elettronica e tutto mi è chiaro: sarò il suo Casaleggio!